Lamentarsi è reato
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Ogni volta che ci lamentiamo stiamo consegnando il volante della nostra vita a ciò che diciamo di subire. Ma siamo sicuri che lamentarsi sia solo uno sfogo innocuo?
C’è chi si lamenta appena apre gli occhi: fa troppo caldo o troppo freddo, ho dormito male, che stress, che noia; non ho tempo, non ce la faccio più, il lavoro è un disastro, nessuno ascolta, la gente è assurda, lo Stato fa schifo, sono stanco, sto invecchiando, sono pieno di acciacchi o di problemi. E avanti così. Frasi dette quasi senza pensarci, come un mantra quotidiano di piccoli mugugni, sospiri o insofferenze. Un costante rumore di fondo.
La lamentela, ormai, è diventata la colonna sonora dell’adulto medio.
Ci si incontra e ci si saluta quasi così: Come va? “Eh, lasciamo perdere!!” oppure “Si tira avanti”. Ed è subito gara a chi sta messo peggio. Dietro questa abitudine apparentemente innocua si nasconde una delle più grandi trappole mentali in cui ci infiliamo da soli. Perché ogni lamentela, se la guardi bene, contiene una confessione precisa:
“Non so che fare di questa situazione, quindi non resta che subirla”.
La lamentela è proprio questo: una dichiarazione di resa mascherata da sfogo, un modo elegante con cui diciamo al mondo: “Le cose comandano me”.
Ogni volta che ci lamentiamo stiamo dichiarando e certificando che il nostro umore dipende da ciò che accade fuori, che la nostra serenità dipende dal comportamento degli altri, che il nostro equilibrio dalle circostanze e il nostro benessere da fattori che dichiariamo di non saper governare. Più semplicemente stiamo dicendo che il volante non è nelle nostre mani, qualcun altro sta guidando per noi e noi siamo solo il passeggero.
Lamentarsi è più facile che scegliere, è comodo, molto più comodo che decidere, molto più comodo che cambiare, molto più che assumersi una responsabilità.
Ci lamentiamo del lavoro ma continuiamo a fare ogni giorno le stesse identiche cose senza metterci in discussione e senza provare a cambiare nulla; ci lamentiamo delle nuove generazioni mentre e continuiamo a ripetere gli stessi errori educativi sentendoci pure dalla parte della ragione; ci lamentiamo della stanchezza e continuiamo a non affrontare i nostri rituali quotidiani, le nostri abitudini; ci lamentiamo del poco tempo a disposizione, evitando di ammettere che stiamo disperdendo la nostra vita in priorità che priorità non sono.
La lamentela ci tiene fermi ma, nello stesso tempo, ci permette di sentirci giustificati.
È come sedere su una poltrona scomoda ma non abbastanza da prenderci la briga di alzarci. Ed è qui che il gioco si fa pericoloso. Perché a forza di raccontarci ciò che non va, finiamo per convincerci che non ci sia altro da fare se non raccontarlo ancora e ancora a chi condivide e fa altrettanto.
Lamentarsi non serve a sfogarsi, come vogliamo credere, ma ad addestrarci e abituarci all’impotenza. Sì, è brutto da sentire, ma è così. Ogni volta che verbalizziamo il nostro fastidio, senza attivare coscienza o azione, incidiamo un solco nella mente, diciamo al cervello “questa cosa è ingestibile, mi domina” e il cervello, diligente, registra tutto e più lo ripetiamo, più consolidiamo i nostri limiti, come una preghiera al contrario, invece di aprire strade alza muri, invece di alleggerire appesantisce e inchioda.
Siamo stati educati a confondere responsabilità con colpa ma responsabilità non significa “è tutta colpa mia”, significa: se qualcosa mi pesa, mi irrita, mi stanca o mi opprime, ho sempre un margine per reagire. Piccolo o grande ma c’è.
Continuare a lamentarsi è come avere una pietra nella scarpa e, invece di fermarci a toglierla, raccontiamo a tutti quanto faccia male, magari ogni giorno, con dovizia di dettagli e intanto la pietra resta lì.
La lamentela crea dipendenza e identità e persino unisce nel malcontento condiviso: va tutto male, la gente è insopportabile, non c’è più rispetto, non funziona niente e così il disagio trova casa, diventa abitudine e infine diventa identità. Ci identifichiamo in quel disagio, siamo quel disagio, lo rendiamo forte intorno a noi come un guscio protettivo che rassicura.
Per questo continuo a pensare che sì, lamentarsi è reato, non contro il mondo, non contro gli altri, contro la propria forza e la propria energia.
Assumersi la responsabilità personale totale non è una passeggiata, lo sappiamo, perché significa rinunciare a facili alibi, significa smettere di distribuire colpe come coriandoli, significa farlo da soli rinunciando alla condivisione di una lamentela ma ci rende liberi infinitamente di più.
Allora che si fa?
Non si tratta di ignorare o tacere, non si tratta di fingere che vada tutto bene e di sorridere sempre e fregarsene, si tratta invece di interrompere quel meccanismo automatico, quel loop lagnoso. La domanda da farsi non è “di cosa mi sto lamentando oggi?” ma questa: “quanta della mia vita sto lasciando in mano a ciò di cui mi lamento?”
Prima di concludere ti propongo 3 piccoli semi, di quelli che io amo chiamare semi di risveglio, accoglili con interesse:
Seme 1. Ascolta le tue lamentele per un giorno intero, senza correggerti, senza giudicarti, limitati ad ascoltare. Ti accorgerai che molte lamentele escono in automatico, come un tic linguistico. Il primo passo è osservarle.
Seme 2. Trasforma ogni lamentela in una domanda. Quando stai per dire “che stress…”, “non ce la faccio…”, “non ne posso più…”, “non funziona nulla” fermati e chiediti: Cosa posso fare concretamente? Cosa sto evitando di decidere? Qual è la mia parte di responsabilità? Le domande aprono, le lamentele chiudono.
Seme 3. Scegli una sola situazione di cui continui a lamentarti. Non tre o quattro o dieci, ne basta una. Magari il lavoro, una relazione, la stanchezza, il tempo che non basta o il disordine. Scrivila su un foglio, poi sotto scrivi: in che modo sto contribuendo a mantenere questa situazione così com’è? È una domanda scomoda ma spesso è lì che ricomincia il comando.
PROMEMORIA: 1) Oggi conta quante lamentele escono dalla tua bocca. 2) Fermati e sostituiscile con una domanda di responsabilità. 3) Scegli un fastidio ricorrente e chiediti: in che modo lo sto alimentando?

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