La domanda che viene prima di ogni tecnologia
Chi ha il diritto di intervenire su ciò che appartiene a tutti?
In questi giorni mi sono imbattuta in una proposta di legge che chiede di vietare le attività di geo-ingegneria e di modifica artificiale delle condizioni meteorologiche.
Come spesso accade, il dibattito si è subito polarizzato.
Da una parte chi sostiene che queste attività esistano e siano già diffuse, dall’altra chi le considera irrilevanti, marginali o addirittura inesistenti.
Eppure, leggendo il testo della proposta, mi sono accorta che la domanda più interessante, almeno per me, non era quella che tutti sembravano porsi.
La domanda non è: “Esiste la geo-ingegneria?” Perché in alcune forme esiste. Esistono tecniche per influenzare le precipitazioni, studi sulla modifica del clima e progetti che cercano di intervenire su sistemi naturali complessi. Adesso è noto a tutti, o quasi, prima a dirlo si veniva tacciati per “complottisti”.
La vera domanda che mi è sorta spontanea è un’altra:
“Chi ha il diritto di intervenire sui sistemi naturali che appartengono a tutti?”
È una domanda che va ben oltre il clima.
Vale per l’aria che respiriamo, per l’acqua che beviamo, per il cibo che mangiamo e per l’ambiente che condividiamo, ma vale anche per l’educazione, per la tecnologia, persino per l’intelligenza artificiale.
Ogni volta che qualcuno interviene su un sistema complesso, inevitabilmente modifica qualcosa che riguarda anche gli altri.
E qui nasce il punto centrale.
Non si tratta di essere favorevoli o contrari al progresso.
Non si tratta di essere “pro” o “contro” una determinata tecnologia.
Si tratta di riconoscere un limite che spesso dimentichiamo.
La nostra capacità di intervenire cresce molto più velocemente della nostra capacità di comprendere.
Sappiamo fare sempre più cose ma comprendiamo davvero tutte le conseguenze di ciò che facciamo?Pensiamo all’agricoltura, agli ecosistemi, all’educazione dei giovani, ai social network e all’intelligenza artificiale.
Quante innovazioni sono nate con le migliori intenzioni e hanno poi prodotto effetti che nessuno aveva previsto?
La storia umana è piena di esempi.
Forse il problema non è la tecnologia ma l’illusione di sapere abbastanza, l’illusione di poter controllare sistemi che, in realtà, sono infinitamente più complessi di quanto immaginiamo.
Un bosco non è soltanto un insieme di alberi, un bambino non è soltanto un insieme di competenze da sviluppare, una società non è soltanto un insieme di individui e un ecosistema non è soltanto una somma di elementi separati. Tutto è in relazione, in connessione e in interdipendenza e quando interveniamo su una parte, inevitabilmente influenziamo il tutto.
Per questo motivo credo che la domanda più importante non sia: “Possiamo farlo?”
ma piuttosto: “Abbiamo compreso abbastanza per farlo?”
E ancora più profondamente: “Chi decide per tutti?”
Perché quando si interviene su qualcosa che appartiene a tutti, la questione non è soltanto tecnica, diventa etica, culturale, diventa umana.
Non ho una risposta definitiva, forse nessuno ce l’ha, ma credo che alcune domande siano troppo importanti per essere ignorate. E questa, per me, è una di quelle. Perché ogni volta che crediamo di aver compreso completamente la realtà, rischiamo di dimenticare quanta parte di essa continua a sfuggirci.
Ed è proprio in quello spazio di non sapere che possono nascere l’umiltà, la prudenza e il rispetto. Tre qualità di cui, oggi, abbiamo probabilmente più bisogno che mai.
tiziana DI-GENOVA/EV


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