Quando credi all’incantesimo
Self-Spellbreak: riconoscere le storie che abbiamo trasformato in realtà
Tempo di lettura: 3 minuti
A volte siamo prigionieri non di ciò che è accaduto, ma della storia che abbiamo costruito intorno a ciò che è accaduto. È da questa intuizione che possiamo avvicinarci al Self-Spellbreak, il lavoro proposto da Brian D. Ridgway per riconoscere e interrompere gli “incantesimi” mentali attraverso cui interpretiamo noi stessi e la nostra vita.
Naturalmente non stiamo parlando di magia.
Lo spell, l’incantesimo, è una metafora. È qualcosa a cui abbiamo creduto così profondamente e così a lungo da non accorgerci più che stiamo credendo.
Cos’è un incantesimo?
Può essere una frase apparentemente innocua:
Non sono abbastanza bravo. Non posso permettermelo. Per me è sempre tutto difficile. Nessuno mi capisce. Sono fatto così. Non cambierò mai. Devo avere tutto sotto controllo.
Ripetuta nel tempo, una frase può smettere di essere soltanto un pensiero e diventa una descrizione di noi stessi, poi una previsione e, infine, una specie di realtà nella quale continuiamo a muoverci.
È questo il senso dell’incantesimo: non vediamo più il pensiero, ma vediamo il mondo attraverso quel pensiero.
Come funziona?
Immaginiamo una persona che dica: non sono capace di parlare davanti agli altri.
Potrebbe sembrare un fatto. Ma che cosa sappiamo realmente? Forse qualche anno prima ha parlato davanti a una classe, si è bloccata, qualcuno ha riso e ha provato una forte vergogna. Quello è ciò che è accaduto, poi potrebbe essere nata una conclusione: Ho fatto una figuraccia. E successivamente: Non sono capace di parlare in pubblico. Infine: Io sono una persona che non sa parlare davanti agli altri.
Un’esperienza è diventata una storia.
La storia è stata ripetuta.
E la storia ripetuta è diventata identità.
Rompere l’incantesimo
Spellbreak significa letteralmente rompere l’incantesimo.
Ma non significa combattere contro i propri pensieri né sostituire automaticamente “non sono capace” con “sono bravissimo!” Significa innanzitutto vedere l’incantesimo. Possiamo cominciare con una domanda: Quello che sto pensando è ciò che è realmente accaduto oppure ciò che ho concluso da ciò che è accaduto? La differenza sembra piccola ma non lo è.
Il cartello sulla porta
Immagina una porta sulla quale qualcuno, molti anni fa, abbia appeso un cartello: NON PUOI ENTRARE. Passi davanti a quella porta ogni giorno. Non provi mai ad aprirla. Dopo qualche anno non leggi neppure più il cartello: sai semplicemente che quella porta non si può aprire. Poi, un giorno, qualcuno domanda: Hai mai provato? Ti avvicini. Abbassi la maniglia. La porta si apre. Il cartello non aveva mai chiuso la porta. Aveva fatto sì che fossi tu a non provare ad aprirla.
Alcune delle nostre convinzioni possono funzionare proprio così.
Prova a farlo
Prendi qualcosa che dici spesso di te o della tua vita:
Io sono…
Io non sono…
Io non posso…
Per me è impossibile…
Gli altri sono sempre…
La vita è…
Scegli una frase che senti particolarmente vera, poi fermati e chiediti:
1. Che cosa è realmente accaduto? Cerca i fatti, non le conclusioni.
2. Che cosa ho concluso da quell’esperienza? Ho fallito è diverso da sono un fallimento.
3. Quando ho cominciato a raccontarmi questa storia? Non è necessario trovare un episodio preciso. Osserva semplicemente se riesci a riconoscerne l’origine.
4. È un fatto o una conclusione?
Posso sapere con certezza che è vero sempre?
5. Come vivo quando credo a questa storia?
Che cosa faccio? Che cosa evito? Quali possibilità nemmeno considero?
E infine arriva forse la domanda più interessante:
Chi sarei, in questa situazione, se per un momento non dovessi credere a questa storia?
Non devi trovare immediatamente una nuova risposta.
Osserva semplicemente cosa rimane quando allenti la presa sulla vecchia.
A cosa può servire?
Self-Spellbreak non richiede di passare la giornata a controllare ogni pensiero.
Possiamo ricordarcene quando incontriamo una frase che sembra chiudere una porta:
Non posso… Non sono… È impossibile. È sempre così. Non cambierà mai.
In quel momento possiamo fermarci e domandarci:
È la realtà o è una storia sulla realtà alla quale ho imparato a credere?
Forse la storia è corretta o forse contiene soltanto una parte di verità, o forse stiamo ancora obbedendo a un vecchio cartello appeso su una porta che nessuno ci impedisce più di aprire.


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