Quando dentro si fa silenzio
Nel mio ultimo articolo ho scritto:
«In questo momento della mia vita, ho abbastanza silenzio dentro da accorgermi che c’è…….»
Oggi mi sono fermata su queste parole: silenzio dentro.
Potrebbero sembrare parole tristi.
Potrebbero far pensare a un vuoto lasciato da qualcosa che non c’è più, alla solitudine, alla rinuncia.
A quel momento in cui la vita sembra essersi ritirata un po’ e dentro rimane poco da dire, poco da desiderare, poco da aspettare.
Ma il silenzio di cui parlo non assomiglia affatto a questo.
Non è un silenzio vuoto, è un silenzio pieno.
Pieno di ciò che rimane quando, almeno per qualche istante, smette il rumore.
Il rumore delle cose da fare.
Delle risposte da dare.
Delle persone da convincere.
Delle aspettative.
Delle spiegazioni.
Delle interpretazioni.
E soprattutto quel rumore quasi impercettibile che facciamo noi stessi mentre ci raccontiamo ciò che stiamo vivendo.
Questo mi piace.
Questo non mi piace.
Questo è giusto.
Questo non sarebbe dovuto accadere.
Questo deve cambiare.
Quella persona dovrebbe capire.
Domani devo….
Ieri avrei dovuto.
E se poi…?
Facciamo un rumore incredibile dentro di noi.
E quel rumore lo chiamiamo vita.
Poi accade qualcosa, non necessariamente qualcosa di straordinario.
Semplicemente alcune cose cominciano a cadere.
Cade il bisogno di avere ragione.
Cade quello di essere compresi da tutti.
Cade la necessità di spiegarsi.
Cade qualche aspettativa.
Qualche paura perde importanza.
Qualche desiderio smette di essere urgente.
Non perché non ci interessi più nulla. Al contrario.
Forse perché finalmente possiamo interessarci alle cose senza doverle trattenere.
Ed è qui che il silenzio può essere scambiato per tristezza.
Perché siamo abituati ad associare la pienezza all’aggiungere.
Aggiungere più esperienze, più relazioni, più parole, più progetti, più emozioni, più stimoli, più risposte.
Così, quando qualcosa si quieta, pensiamo che qualcosa si sia spento.
E invece potrebbe essersi semplicemente spento il rumore.
La tristezza dice: manca qualcosa. Questo silenzio invece non dice niente.
Ed è proprio questa la sua pienezza.
Non chiede che arrivi qualcuno.
Non aspetta che accada qualcosa.
Non pretende che questo momento sia diverso da com’è.
Non è euforia.
Non è entusiasmo.
Non è neppure quella felicità che solitamente ha bisogno di un motivo.
È molto più vicino a quella che qualche volta ho chiamato gioia senza motivo.
Una gioia quieta. Talmente quieta che, se cerchi di afferrarla, quasi scompare.
La senti mentre guardi fuori da una finestra, mentre cammini, mentre respiri, mentre qualcuno ti parla e, per una volta, non stai già preparando la risposta.
Mentre non succede assolutamente niente.
E ti accorgi che quel niente non manca di nulla.
Forse il silenzio dentro è proprio questo.
Non l’assenza di qualcosa.
L’assenza, per qualche istante, di tutto ciò che aggiungiamo alla vita.
E allora rimane qualcosa di semplicissimo.
Io sono qui.
Questo sta accadendo.
Respiro.
Non devo arrivare da nessuna parte.
Non so se questo silenzio resterà. E, in fondo, volerlo trattenere sarebbe già ricominciare a fare rumore. So soltanto che oggi riesco ad accorgermene più spesso. E quando accade, comprendo un po’ meglio quello che avevo scritto parlando dello spazio tra le cose: non devo entrarci…. ci sono già!
Devo soltanto, ogni tanto, smettere di uscirne.
tDG/ev

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