Il Daimon nell’educazione:
l’arte di non coprire ciò che già esiste
E se il nostro compito non fosse aiutare i giovani a diventare qualcuno, ma evitare di allontanarli da ciò che sono?
Nell’articolo precedente abbiamo esplorato il significato del Daimon, arrivando a una quarta interpretazione: la nostra natura autentica, ciò che siamo prima ancora di aver imparato a essere ciò che gli altri si aspettano da noi.
Ma cosa significa tutto questo nell’educazione? Siamo abituati a chiederci cosa possiamo fare per aiutare i ragazzi a crescere, migliorare, maturare, realizzarsi. Progettiamo attività, individuiamo obiettivi, proponiamo percorsi, correggiamo comportamenti.
E se provassimo a capovolgere la domanda?
Che cosa possiamo smettere di fare affinché i giovani non perdano il contatto con ciò che sono?
Non è una domanda teorica.
Possiamo cominciare a rispondere già domani, a casa o in classe.
1. Smettere di definire
Sei timido, sei svogliato, sei troppo sensibile, sei sempre il solito …
Anche quando crediamo di descrivere un comportamento, rischiamo di costruire un’identità.
Proviamo a sostituire le definizioni con le osservazioni.
Anziché “Sei disattento”, possiamo dire: “Ho notato che oggi hai seguito poco la lezione”.
Il comportamento è qualcosa che accade. Non è ciò che una persona è.
2. Smettere di chiedere continuamente risultati
Quanto hai preso? Cosa hai fatto? Cosa vuoi diventare?
Domande apparentemente innocue che, ripetute ogni giorno, possono trasmettere un messaggio:
vali per ciò che produci.
Proviamo a cambiare domanda.
Cosa ti ha incuriosito oggi? C’è stato un momento in cui ti sei sentito davvero te stesso?
E accettiamo anche che non arrivi alcuna risposta.
3. Smettere di riempire ogni spazio
Organizziamo, programmiamo, intratteniamo.
Persino il tempo libero deve diventare un’occasione di apprendimento.
Ma quando un ragazzo può semplicemente stare con se stesso?
Proviamo a lasciare qualche minuto senza consegne.
Niente telefoni, niente esercizi, niente domande.
Solo un tempo da abitare liberamente, senza obbligo di parlare, scrivere o condividere.
La noia non è necessariamente un vuoto da riempire.
Può essere uno spazio da attraversare.
4. Smettere di interpretare tutto
Un ragazzo tace e pensiamo che abbia un problema.
Si isola e lo definiamo insicuro. Si oppone e lo consideriamo provocatorio.
Spesso interveniamo non su ciò che accade, ma sull’interpretazione che ne abbiamo costruito.
Proviamo a chiedere, prima di concludere.
Vuoi raccontarmi cosa sta succedendo?
E impariamo ad accogliere anche un “NO”.
Non dobbiamo necessariamente comprendere tutto, e possiamo evitare di intervenire quando non è necessario.
5. Smettere di offrire continuamente soluzioni
Un ragazzo racconta una difficoltà e noi siamo già pronti con consigli, spiegazioni e strategie.
Ma ogni soluzione offerta prima ancora che venga richiesta può sottrarre spazio alla sua capacità di trovare una strada.
Proviamo a domandare:
Vuoi che ti ascolti oppure desideri un mio suggerimento?
Una domanda semplice che restituisce al ragazzo la possibilità di scegliere.
6. Smettere di voler migliorare continuamente qualcuno
Forse è l’abitudine più difficile da riconoscere.
Guardiamo i ragazzi e vediamo ciò che manca, ciò che dovrebbero correggere, ciò che potrebbero diventare. Raramente ci fermiamo a osservare ciò che già esiste.
Proviamo a trascorrere una giornata senza suggerire a un ragazzo come dovrebbe essere.
Questo non significa rinunciare a insegnare, accompagnare o stabilire limiti necessari. Significa distinguere ciò che serve davvero da ciò che nasce dalle nostre aspettative.
Prima di educare, togliere. Forse possiamo cominciare da noi.
Osservare quante volte interveniamo senza che sia necessario.
Quante volte interpretiamo, definiamo, correggiamo, anticipiamo.
Quante volte confondiamo l’accompagnare con il dirigere.
Proviamo, ogni giorno, a togliere qualcosa:
una definizione, un’aspettativa, un giudizio, una soluzione non richiesta.
Non per lasciare soli i ragazzi, ma per essere presenti senza occupare tutto lo spazio.
Perché educare non dovrebbe significare aggiungere continuamente qualcosa a qualcuno, ma avere cura di non coprire ciò che già esiste.
E forse il Daimon non ha bisogno di essere risvegliato.
Ha soltanto bisogno che smettiamo di metterlo a tacere.


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